La Zona D'Interesse (Jonathan Glazer, 2024): siamo i turisti del macabro degli altri
- Anna Maria Ristori

- Jan 13
- 7 min read
Questa è casa nostra, abbiamo tutto qui, i bambini in salute e felici. Devono portarmi via con la forza. Questa casa è il nostro sogno
Un padre affettuoso gioca con i figli sulla riva di un fiume.
Una madre coccola la figlia neonata circondata dai fiori più belli del loro giardino.Una famiglia spensierata e serena.
La prospettiva del trasferimento del padre per un nuovo lavoro lontano da casa porta dei disaccordi con la moglie. A rischio ci sono i compleanni dei bambini, la possibilità di non vederli crescere, ma anche l’armonia di coppia. Eppure, per amore di quella famiglia e di quella casa che hanno tirato su con tanto sudore e sacrificio, il padre partirà per andare a lavorare lontano, in uffici grigi, a supervisionare riunioni altrettanto grigie, con il pensiero sempre alla casa dal giardino fiorito e ai pomeriggi in piscina con i bambini.
Aspetta.
Rewind.Credo di aver tralasciato un dettaglio, un dettaglio di poco conto, quasi da tenere sullo sfondo, cos’era? Fammi tornare indietro un attimo.
Un padre affettuoso che non fa mancare niente ai figli, bambini che vanno a scuola fieri del lavoro del papà mentre la madre si rimira allo specchio provandosi una nuova pelliccia. Durante la notte la coppia ride ricordando una vacanza alle terme, sperando di tornarci presto e la nonna si meraviglia e congratula per la vita che la figlia è riuscita a costruirsi.
Aspetta.
Eppure c’era qualcosa che continua a sfuggirmi come sfuggevole è quel fumo nero che si vede fuoriuscire, appena sopra la siepe fiorita da un forno in cui, attutiti dalle risate di una festa in piscina, migliaia di persone gridano, bruciando.
Sì, deve essere questo.
Possiamo cominciare.
Schermo nero.
Minuti interi di schermo nero che ti risucchiano, deprivandoti di ogni senso con un rumore statico.
Mentre perdi l’orientamento davanti a questa dilatazione temporale devi compiere una scelta fondamentale. Quando lo schermo nero finalmente si scioglierà e il rumore cesserà tu vedrai una famiglia felice che gioca sulla riva di un fiume e fa un picnic, vedrai una casa con un giardino dai mille colori, e vedrai del fumo nero stagliarsi oltre il muro avvolto dal filo spinato. Sentirai grida.E dovrai scegliere se quello schermo nero ti ha privato dei sensi al punto di ignorare l’inferno davanti a te o se quella privazione sensoriale ti ha catapultato dall’altra parte del muro di filo spinato, come se quello schermo nero assordante fosse stato un treno su cui sei stato costretto a salire.
Non mi sono mai veramente trovata d’accordo con le parole di Hannah Arendt sulla banalità del male. Non ho mai pensato che la banalità del male fosse quella capacità di fare cose terribili che anche gli uomini più comuni hanno.
Non ho mai pensato che la banalità del male fosse un buon padre di famiglia che dopo aver baciato i figli a colazione va a bruciare gli ebrei nei forni, come se il male fosse parte della dualità umana.
No, la banalità del male per me è la totale ignoranza davanti a quegli atti.La banalità del male è vedere quel fumo nero, è sentire quelle grida, ma deliberatamente scegliere di ignorarle. Lasciarle sullo sfondo, sono lì, ma sono oltre il giardino.
Lo vediamo ogni giorno.
La banalità del male è Mara Venier che dice a Dargen D’Amico che non c’è tempo di parlare di cose serie come i morti in mare, qui si parla di canzoni.
Un paese di canzonette mentre la gente fuori muore.
La banalità del male è in ogni testata giornalistica che si occupa dell’ipotetico divorzio dei Ferragnez, sul bacio di Taylor Swift col campione di football durante il Super Bowl, mentre la popolazione palestinese si vede bombardare a Rafah, luogo in cui Israele aveva ordinato di rifugiarsi promettendo che lì sarebbero stati al sicuro. Con il voto favorevole al bombardamento di tutto il mondo.
Questa è la banalità del male.
La banalità del male è guardare la famiglia degli Hoss giocare in piscina, mentre oltre quel muro che hanno coperto di fiori ci sta il filo spinato.
La banalità del male sta tutta nel cambio di inquadratura operato da Glazer durante il compleanno di Rudolf Hoss: quando la famiglia lo saluta cantandogli tanti auguri davanti alla nuova canoa che gli hanno regalato, quando lui prende tra le braccia la bimba neonata per baciarla e improvvisamente la telecamera si sposta alle sue spalle, mostrando per la prima volta il cancello di Auschwitz.La casa degli Hoss si trova letteralmente muro a muro con Auschwitz, il loro giardino confina con il campo di concentramento, mentre loro danno feste in piscina e i bimbi ridono, dall’altra parte del muro, la gente grida. E li senti gridare, gli ebrei e tutte le altre vittime del campo, non puoi ignorarli, gridano a ogni ora del giorno e della notte.Lo senti?
Chiede Hoss al figlio, mentre a cavallo attraversano un prato.
Lo senti?
Le grida di dolore e di paura, gli ordini dei generali nazisti, i colpi di pistola.Loro passano e lo senti, il rumore di Auschwitz, non vedi mai le vittime delle torture, ma le senti.Anche Hoss e suo figli lo sentono.Lo senti? E’ un airone mediterraneo.Hoss e il figlio sono a caccia di un airone, loro sentono il verso di quell’uccello, non sentono le grida.Questa è la banalità del male.Torniamo all’interno della casa.Arriva la spesa, scatolame e ingredienti per cucinare, e insieme ai viveri arriva un pacchetto, la padrona di casa chiama a raccolta tutte le donne di servizio e spacchetta il regalo, come noi spacchetteremmo il nostro ordine su Zara. Una distesa di vestiti sul tavolo.La padrona di casa permette a tutte le donne di scegliere un capo a testa, e queste iniziano a guardare le stoffe, a cercare qualcosa della propria taglia o del proprio gusto. A volte capita di trovare qualcosa di talmente bello ma non della propria taglia, ma non importa. La padrona di casa intanto sfoggia una nuova pelliccia, si rimira allo specchio e sorpresa nelle tasche trova un rossetto. Se lo prova, è il colore giusto. La banalità del male è vedere queste donne provarsi questi vestiti commentandoli come faremmo noi con il nostro ordine di Zara per l’appunto. Ma quei vestiti provengono dalle donne del campo.
Per la festa di compleanno di Hoss, le mogli degli altri generali vanno a fare merenda con la signora, la regina di Auschwitz come si fa chiamare lei, e ridono quando una di loro racconta di aver trovato un diamante nascosto in un barattolo di dentifricio.Quanto intelligente devi essere per fare una cosa del genere? Nel dubbio ho ordinato di farmi portare altro dentifricio, non si sa mai.I bambini invece chiedono che il padre gli porti della cioccolata, o comunque qualcosa di dolce e sfizioso che può trovare a lavoro.
I figli giocano con le dentiere d’oro rubate ai prigionieri del campo.La banalità del male è avere tutto quell’orrore davanti agli occhi e non vederlo. Non vedremo mai un singolo prigioniero per tutta la durata della pellicola, le uniche volte che veniamo esposti direttamente al massacro del campo sono durante la scena della passeggiata a cavallo tra Hoss e il figlio, quando cercano il richiamo dell’airone nascosto tra le grida dei prigionieri e una seconda volta attraverso gli occhi del figlio minore, che incuriosito dai pianti fuori dalla sua finestra azzarda a sbirciare dalla tenda l’esecuzione di un prigioniero per un’inezia.
Il bambino reagisce all’orrore come un bambino farebbe, sobbalzando e poi abbassando gli occhi, sussurrando -Non devi farlo mai più-
Come un monito a se stesso, come se vedere quell’orrore direttamente fosse solo uno spauracchio, qualcosa che lo devo spingere a comportarsi bene, a fare il bravo bambino altrimenti questo è quello che succede.
Forse è in queste piccole cose, il male.Abbiamo deciso di accecarci ad esso, di lasciare che tutto questo dolore non ci riguardasse al punto di costruire una barriera che ci costringe a vedere quel filo spinato circondato da fiori.
Da chiamare ‘paradiso terrestre’ il giardino che confina con il forno di Auschwitz.Nessuno di noi è escluso, siamo tutti dall’altra parte della barriera.
Ci siamo talmente riempiti la bocca di belle parole sul non dimenticare, sul non lasciarlo accadere mai più, eppure anche noi viviamo nella zona d’interesse.Anche il nostro giardino è in fiore, ma da qualche parte del mondo, non così lontana, non esisteranno mai più dei giardini, o bambini che ci potranno giocare.E quindi a noi cosà rimarrà? Cosa ci rimane di tutto questo orrore? Siamo talmente anestetizzati alle immagini di morte che ci giungono su ogni piattaforma che passiamo oltre, siamo riusciti a diventare spettatori della storia, non attori.
La destrezza con cui riusciamo a scrollare video di corpi di bambini mutilati tra un GRWM e un meme con i gattini è essa stessa banalità del male. Perché rende il male stesso banale.
Una parte della nostra vita, una parentesi di questo mondo.
Che ci indigna e ci fa sentire per un momento delle brave persone, ma è il nostro egoismo a parlare. Ci piace sentirci brave persone, ci piace mostrarci agli altri altruisti e attenti, ci riempie d’orgoglio quando gli altri dicono ‘eh sì, è proprio una brava persona’. Non siamo brave persone, nessuno di noi è immune alla banalità del male. Riusciamo talmente bene a mascherare il nostro egoismo che ci risulta relativamente semplice andare avanti con la nostra vita, mentre il mondo intorno a noi brucia. Anche noi, come i figli di Hoss che vengono bagnati dal fiume che trasportava le ceneri e i resti dei cadaveri di Auschwitz, dopo essere entrati in contatto con il male, ci laviamo velocemente via tutta l’oscurità e torniamo nel nostro nido sicuro, nel confine del paradiso terrestre, circondati dalle aiuole in fiore.
Ogni tanto alziamo la testa al filo spinato, al fumo nero, ma non ci toccherà mai, quindi perché preoccuparcene.
Abbiamo dato così tanto valore alla tragedia della Shoah che negli anni quella pagina si è ingiallita, sciupata e ha perso ogni significato. L’abbiamo messa in una teca di vetro, come in un museo, così da poterla rimirare e puntare con il dito, ma senza mai avvicinarci troppo.
Perché ci spaventa guardare l’abisso.
Ci conviene dirci che siamo brave persone, ci conviene tenerlo a distanza, rimirarlo e condannarlo da lontano, ma mai troppo da vicino.
Siamo esattamente come la scena finale di The Zone of Interest, siamo come l’impresa delle pulizie che, cuffie nelle orecchie e probabilmente qualche canzone pop in riproduzione, spolvera il museo di Auschwitz, eliminando la polvere, spazzando via ogni frammento di vita che là dentro è stata perduta, lucidando i vetri oltre i quali ci sono ammassate le scarpe, i vestiti dei morti del campo.
Siamo esattamente come loro, non poi troppo diversi dalla famiglia di Hoss, testimoni passivi del male, turisti del macabro delle vite degli altri.
Ascoltiamo true crime mentre andiamo avanti con la nostra vita. Abbiamo reso la tragedia intrattenimento.
Passeggiamo ignorando consapevolmente. Però poi ci piace indignarci con altri privilegiati per sentirci brave persone.
Continuando a guardare all’orrore attraverso il giardino fiorito.



Comments