Frankenstein: la gentilezza e la mostruosità
- Anna Maria Ristori

- Jan 13
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Era una notte buia e tempestosa, quando Mary Shelley dette vita a Victor Frankenstein e la sua creatura. Era una notte buia e tempestosa allora e lo è ancora oggi, a distanza di più di due secoli, ogni volta che Victor aziona quella leva e cancella il confine tra la vita e la morte. Il Frankenstein di Guillermo del Toro non è il Frankenstein di Mary Shelley, è chiaro, gli assomiglia molto nella struttura e in molte citazioni riprese riga per riga, ma ci mostra anche una visione inedita del rapporto che c’è tra il creatore e la sua opera, ma anche di quella dicotomia spesso complessa da delineare tra uomo e mostro.In ogni suo film, Del Toro evidenzia il valore della purezza d’animo e della gentilezza e con questo suo Frankenstein ne fa un vero e proprio manifesto. Queste considerazioni sono scritte a caldo, subito dopo la visione del film e possono trovare riscontro come no, e come dice Elizabeth, è un dono essere dotati della possibilità di scegliere, quindi, anche di avere opinioni diverse. Se non sarete d’accordo con me sarò felicissima di parlare con chiunque vorrà dirmi la sua opinione.
Victor Frankenstein (o il moderno Edipo)
Persino prima della sua genesi, il fulcro del romanzo Frankenstein è il tema della maternità. Non è un caso che sia stata proprio Mary Shelley a dare vita a una storia che tratta il, appunto, dare vita. Mary Wollstonecraft Goodwin era figlia dell’antesignana del femminismo Mary Wollstonecraft e dell’anarchico William Goodwin. Nonostante sua madre morì soli 10 giorni dopo la sua nascita, il suo pensiero sull’emancipazione femminile e la sua battaglia per i diritti delle donne oltre che influenzare Mary attraverso gli scritti, gli unici ricordi e l’unica eredità che le ha permesso di conoscere la madre, facevano parte del suo dna. Così come allo stesso tempo il pensiero politico e sociale del padre, vicino all’anarchismo e a una democrazia diretta, anti autoritaria e comunitarista, ha formato la mente della giovane Mary.
Il pensiero politico e sociale legato ai ruoli di genere era nato insieme a lei, così come la dicotomia tra religione e scienza. William Goodwin era un sostenitore della ricerca dell’immortalità e negli anni in cui Mary completò la stesura della seconda edizione del romanzo nella comunità scientifica inglese era molto attivo il dibattito sull’esistenza concreta o meno dell’anima.Perché questo preambolo per parlare di Victor Frankenstein? Perché Mary Shelley lo ha paragonato a Prometeo. Sin dalla sua prima apparizione, Victor è un brillante studente che (nel romanzo) si avvicina agli studi alchemici e come Prometeo che rubò la fiamma agli dèi per donarla agli uomini, Victor rubò il segreto dell’immortalità per sconfiggere la morte e ridare la vita agli uomini. Il Victor Frankenstein di Guillermo Del Toro pecca della sua proverbiale hybris, la sua arroganza è portata all’estremo, ma perché in questa mia recensione ho deciso di paragonarlo più a Edipo che a Prometeo? Come detto in principio di questo paragrafo, uno dei temi centrali, se non IL tema centrale di Frankenstein è la maternità. Mary Shelley, figlia di una delle prime femministe, ha dimostrato il risultato di cosa accadrebbe se a dare la vita sarebbero gli uomini anziché le donne.
Il peccato di Victor dunque non è stato rubare la fiamma come Prometeo (effettivamente un riferimento al mito di Prometeo c’è nel momento in cui Harlander con una pungente e puntuale ironia sottolinea che lui è l’aquila che becca il fegato di Victor), no, Victor ha rubato la capacità di creare la vita alle donne. Questo è in vero il suo reale peccato, non perché la figura della donna debba essere rilegata a quella di madre, ma perché con un machismo tutto moderno Victor si pone al di sopra della donna, ritenendosi superiore non solo alla natura, non solo alle leggi della vita e della morte ma anche alla creatrice per eccellenza.Il Victor di Del Toro, interpretato da Oscar Isaac, sviluppa la sua ossessione per ridare la vita a seguito della morte della madre. La sua infanzia lo vede legato in modo morboso a una donna gentile e amorevole per la quale prova una gelosia del tutto freudiana. Il rapporto con il barone suo padre e maestro è di competizione e odio. Victor vede in suo padre un antagonista che gli ruba prima l’affetto della donna che ama, sua padre, e poi gliela toglie completamente quando al momento del parto del secondo figlio non riesce, chissà se per sua volontà o meno, a salvarle la vita.
La morte di Claire Frankenstein segna il momento di rottura in Victor che da allora decide di superare il padre nel campo della medicina proprio in nome di quella madre che quest’ultimo non aveva risparmiato. L’obiettivo di Victor di ridare la vita è legato non all’amore per la scienza o al salvare le vite umane ma a un desiderio egoistico, per risanare quella ferita della perdita. Ferita, che anche in età adulta vediamo non aver mai superato. Victor è capriccioso, immaturo ed egoista. Come un bambino beve solo latte mentre tutti intorno a lui bevono vino, legato ancora a quell’amore materno che ha perso prematuramente. In lui non c’è empatia per i suoi pazienti o per qualsiasi altro essere vivente, la morte di persone a lui care non significa niente, se non quella di sua madre.
L’unica creatura che fa eccezione non a caso è Elizabeth. Elizabeth è interpretata da Mia Goth, che veste i panni anche della madre di Victor. Elizabeth è Claire reincarnata in un certo senso, in lei Victor rivede sua madre e anche il suo amore per lei non è un sentimento genuino bensì l’ennesima ossessione. Elizabeth non è sua, è la fidanzata di suo fratello minore quindi di nuovo Victor si trova in competizione con un altro uomo del suo stesso sangue per le attenzioni di una donna, e di nuovo suo fratello minore gli sta portando l’oggetto del suo amore, sposando Elizabeth come quando nascendo uccise sua madre.Questo Frankenstein è un Edipo irrisolto, che per tutta la vita ha rincorso l’amore di sua madre ma ha finito per trasformarsi in suo padre, diventando un creatore crudele con la sua creatura esattamente come suo padre era con lui da bambino. La sua creatura è un neonato, un essere che apre gli occhi per la prima volta al mondo e pronuncia la sua prima parola, il nome di suo padre. Eppure, Guillermo del Toro insistendo molto sul tema della maternità come ruolo di genere, forse stuzzicando la genesi del romanzo, Victor non è in alcun modo capace di accudire e di istruire la Creatura. Come suo padre usava la verga su di lui, lui la usa sul suo stesso figlio nato in laboratorio, da uomo privo di un lato accudente non ha alcuna pazienza (o capacità intrinseca) di sviluppare il lato emotivo della Creatura.
Nel romanzo, Victor non è molto più umano di quello interpretato da Oscar Isaac nel film di Del Toro, ma è un Victor che in qualche modo dimostra di avere a cuore la sua famiglia, i suoi amici, sua moglie Elizabeth e questo ci fa empatizzare con lui quando sentiamo incombere la tragedia, la promessa della Creatura di distruggere chiunque lui ami. Questo Victor è mosso dal suo ego ma anche il suo ego non gli appartiene, appartiene bensì a quella sua parte bambina che non ha mai superato la morte della amata madre e il suo amore per la madre, proprio come Edipo lo rende cieco e crea distruzione e morte per chiunque intorno a lui.
Elizabeth: come una farfalla
Che sia amato o criticato, il personaggio di Elizabeth è comunque il vero cuore del film. Per tornare al romanzo e alla forza del tema della maternità ma anche al rimando pseudo incestuoso tipico del gotico e evidenziato da Del Toro, Elizabeth assume le sembianze della madre di Victor in una scena significativa.In quella che è una vera e propria profezia, subito dopo la creazione del ‘‘mostro’’, Victor vede in sogno Elizabeth che tuttavia si trasforma nel cadavere di sua madre. In seguito, la Creatura ucciderà Elizabeth durante la prima notte di nozze con Victor, la letteratura concorda che la morte di Elizabeth serva come ennesimo contrappasso per il peccato compiuto da Victor: ogni donna nella sua vita è morta, ogni forza creatrice è stata distrutta, l’unico capace di dare la vita resta lui e quello che lui ha creato è un abominio. Se la vita dunque resta in mano agli uomini, possono essere generati solo orrori.
Nel film, tuttavia, Elizabeth assume un’altra funzione nonostante il suo destino non cambi.Averle dato l’aspetto della madre di Victor grazia alla scelta geniale di Del Toro dell’utilizzo della stessa attrice, le permette di incarnare quel desiderio edipico che Victor non ha mai risolto presente anche nel romanzo e di cui abbiamo parlato ampiamente nel paragrafo precedente. Questa Elizabeth però è una eroina gotica, di quelle tanto amate da Del Toro. Elizabeth ci viene introdotta la prima volta mentre ammira un teschio e il suo interesse per il macabro viene ripetuto più volte, nonostante venga collegato alla fede religiosa. Dopo aver passato anni in convento, Elizabeth è promessa sposa di William, il fratello minore di Victor e il suo rapporto con Dio la rende una creatura quasi eterea e angelica, appartenente a un mondo diverso da quello vissuto dagli uomini che la circondano. Ogni creatura di Dio la affascina, in particolar modo gli insetti che colleziona e studia allo stesso modo con cui osserva gli uomini della sua vita mentre giocano a fare Dio, decidendo sulla vita e sulla morte e portando la guerra nel mondo.
Il suo primo dialogo con Victor la vede esprimere la sua empatia con i soldati morti in guerra (segnatevi questo elemento per dopo) e condannare gli uomini che usano il progresso per creare morte. Quando scopre che Victor vuole sconfiggerla invece la morte, il suo sentimento per lui non cambia, lei continua a vederlo come un uomo crudele, ma il suo cuore viene rapito dalla Creatura, ben prima che questa torni in vita. Con una bellissima scelta dei costumi, Elizabeth e la Creatura mostrano sulla schiena una spina dorsale in evidenza e i fiori all’interno della cuffia di lei riprendono il cuscino funebre che avvolge il volto della madre di Victor. Lei e la Creatura sono connessi dal primo momento e la morte di Elizabeth è preannunciata dai suoi stessi abiti, legandola a quella donna per cui Victor ha sacrificato tutto, lei compresa.Questa Elizabeth non può essere relegata a mero oggetto del desiderio per questa sua aura soprannaturale che la contraddistingue: i suoi occhi vedono il mondo in modo diverso, è l’unica donna all’interno di questo mondo e in questo mondo ci sono solo uomini capaci delle peggiori crudeltà, materialisti e machisti. Elizabeth in questo mondo è una farfalla, esattamente come quella che cattura in una scena del film, la sua presenza è evanescente e mistica, intorno a lei c’è questa aura di santità come unico essere umano dotato di un cuore e di sentimenti. Se gli uomini intorno a lei indossano abiti monococromo, lei proprio come quella farfalla è un tripudio di colori. Una figura quasi marianica per la sua presenza misericordiosa e assoggettante, ma allo stesso tempo, come le protagoniste di Del Toro, nasconde un’oscurità.
La prima volta che vede la Creatura è ancora, come dice lei stessa ‘‘un disegno di Dio’’, solo un fascio di muscoli e nervi esposti collegati ad elettrodi, e in quel disegno di Dio lei vede la possibilità di una vita oltre quella che conosceva. Se Dio può mettere sulla terra una creatura come quella, le sue possibilità sono infinite, e per Elizabeth la speranza di un’altra vita e il concetto di libero arbitrio vanno a braccetto. Osservando quella farfalla in gabbia, così simile a lei, Elizabeth la descrive ma in realtà descrive se stessa: strana, dal sangue bianco (simbolo della sua verginità e purezza in relazione a Dio), con tre cuori (il suo amore per la creatura, il fidanzato William e l’odio per Victor), con molti occhi (il modo in cui lei osserva le cose intorno a sé è secondo i ritmi della natura e di Dio, attraverso l’anima e non come gli altri uomini che la circondano. Ed è proprio la sua visione del mondo, la sua percezione, che le fa intuire che Victor ha intenzione di uccidere la creatura e decide di tornare al castello), e con l’assenza di una scelta. Nonostante lei sia un essere umano dotato di libero arbitrio, Elizabeth è una farfalla in gabbia, presto sposa di un uomo a cui tiene certo, ma che non ama, ingabbiata in un mondo con le appartiene. Come la farfalla che definisce ‘‘lontana’’.Sarà proprio lei a dichiarare di non aver mai fatto parte di questo mondo terreno, morendo tra le braccia della creatura.Fasciata in un abito bianco che assomiglia sia a uno scheletro che alle bende usate da Victor per la sua creatura, Elizabeth è una sposa prigioniera che implora la creatura di portarla via con sé.Muore, per mano di Victor proteggendo proprio la creatura e nelle sue ultime parole c’è il suo manifesto. La consapevolezza di non essere mai appartenuta a questo mondo e di aver cercato per tutta la vita qualcosa, che ha trovato nella creatura. C’è amore in queste parole, un voto nuziale vero e proprio in cui si sente finalmente vista e compresa, consapevole che la sua anima è finalmente immortale ed eterna con gli occhi di lui che la osservano, l’unico che come lei era una creatura lontana dal mondo degli umani.
Se c’è un rapporto romantico o materno tra Elizabeth e la Creatura? Nessuna delle due opzioni è da escludere, la natura pseudo incestuosa è un tema ricorrente come abbiamo visto ed essendo la Creatura una estensione di Victor è plausibile pensare che come Victor ha provato amore per sua madre anche la creatura lo abbia fatto per l’unica figura materna che gli abbia dimostrato gentilezza al momento della sua nascita. C’è comunque molto di più, oltre all’amore romantico in sé, Guillermo del Toro è un maestro nel raccontare amori gotici (come abbiamo visto in Crimson Peak). Nel romanticismo gotico c’è un’accettazione dell’oscurità e un legame di ombre, entrambe le parti sono mostruose a loro modo e riconoscono l’un l’altra le proprie parti più oscure. Gli amori gotici vedono spesso come protagonisti mostri o creature non umane vista proprio l’attrazione verso il non socialmente accettato e accettabile, lo scabroso, lo scandaloso. Il mostro nel gotico è metafora di quella parte nascosta di noi che la società rigetta ed Elizabeth non avrebbe potuto amare nessun altro che la creatura creata da Victor, così aliena e abominevole agli occhi del mondo esattamente come si vedeva lei.
La Creatura: il candido
Sin dalla primissima volta che il romanzo di Mary Shelley è stato trasportato nei media visivi ci siamo abituati a vedere la creatura come un mostro. Hollywood per un secolo ci ha erroneamente mostrato la creatura come un villain fino a trasformarlo a tutti gli effetti in uno dei cattivi più iconici del cinema e a assorbire il nome del suo creatore. Per quanto sembri un concetto ormai superato e scontato dobbiamo ricordarci che, a differenza di Dracula, Frankenstein non è la creatura, bensì Victor. Il nome della creatura non viene mai specificato nel romanzo anche perché il dare un nome a qualcosa equivarrebbe a donargli un’anima e Victor non ritiene la sua creatura dotata di umanità, ma la letteratura è d’accordo nel dargli il nome di Adam, del primo uomo. Adam, così come lo chiameremo d’ora in poi, continua a essere erroneamente scambiato per suo padre in un gioco che rincorre la domanda ‘‘chi è il mostro?’’. La risposta è sempre stata davanti ai nostri occhi quando consideriamo Frankenstein il mostro, perché mai come in questa pellicola ci viene mostrata la disumanità di Victor e la gentilezza più pura della sua creatura. Se Frankenstein è il mostro dunque, l’uomo che perde ogni briciolo di emozione corrotto dai piaceri materiali e da istinti egoriferiti, Adam è il primo uomo nel giardino dell’Eden.
Come un neonato apre gli occhi a un mondo pieno di peccato, nato lui stesso dal peccato di Victor ma privo di esso. Un’anima allo stato puro che risponde alle regole della natura e cerca di imparare a vivere. Per ognuno di noi questa è la prima (e unica) vita, e non cessiamo mai di imparare e di scoprire come si fa a fare questa cosa così complessa che è vivere. La scoperta della luce del Sole, dell’esistenza di altre creature simili o diverse da noi, ogni cosa che tocchiamo e vediamo per noi è una novità e sono i genitori a prenderci per mano e mostrarci la via, insegnandoci i nomi di ciò che ci circonda e dando anche un senso a quello che noi siamo, grazie al nostro nome e alla consapevolezza del nostro corpo che noi non capiamo e non conosciamo ma che solo loro possono insegnarci. Adam è figlio di un dio egoista che a suo tempo, non ha avuto lui stesso un padre. Victor riesce a essere padre solo imitando il suo, l’unico esempio che ha mai avuto, con nozioni scientifiche e punizioni corporali in un ciclo di traumi irrisolti e abusi che tuttavia non corromperà mai la creatura come ha corrotto Victor.
Proprio come il primo uomo, la creatura ha una ferita tra le costole che Elizabeth subito nota, metafora biblica della creazione di Adamo ed Eva. Nel momento in cui Adam sanguina ed Elizabeth tocca la sua costola, lei diventa la sua sposa, l’unica ad avere una visione del mondo gentile. Come ogni bambino nasce naturalmente puro ma viene sporcato dai condizionamenti della società adulta intorno a lui, Adam nasce con la curiosità di capire ciò che lo circonda e di condividerlo con chi gli sta vicino. Il suo ripetere ‘‘Victor’’ non è altro che un pianto infantile, un chiamare il suo unico riferimento alla stregua di una mamma o di un papà. Il suo condividere una semplice foglia con Elizabeth non è altro che un gioco che si può vedere fare a ogni bambino, che insiste nel donare qualcosa che ritiene bello. Per lui il mondo è fatto di gentilezza, la stessa gentilezza con cui è nato, di condivisione dei ritmi della natura. Mai come nella visione di Del Toro, la creatura viene mostrata così intrinsecamente buona e priva di colpe. Mai è stato così semplice definire la differenza tra chi è l’uomo e chi è il mostro come in questo film.
La creatura interpretata da Jacob Elordi è un Candido voltairiano, per nome e definizione. La sua ingenuità e la sua gentilezza si scontrano continuamente con un mondo così crudele che sembra fatto di proposito per andargli contro. Il pessimismo di Voltaire nel suo romanzo Candido condannava il protagonista a continue disavventure come prova di quanto, non importa la bontà d’animo dell’individuo, il mondo sarà sempre un luogo maligno per colpa della società, che l’egoismo e il coltivare il proprio orto sarà sempre la scelta migliore rispetto al guardare all’intera collettività. E la creatura lo scopre dal primo momento, quando ancora del tutto inconsapevole dei significati delle parole pronunciate da suo padre e inconsapevole del suo stesso corpo e della sua stessa esistenza viene condannato a morte, solo ed impaurito. Lo scopre quando di fronte alla bellezza della natura si imbatte in una battuta di caccia e suo malgrado, lo scopre di nuovo quando un branco di lupi uccide per fame il primo essere umano che gli è stato amico.
E’ in questo momento però che la creatura cessa di essere un candido voltairiano, rendendosi conto che l’esistenza è fatta di cacciatori e prede, che la bestia e l’uomo uccidono per fame ma anche per paura. Ma che tuttavia, il mondo per quanto spietato non è crudele senza motivo. Uno dei punti focali del romanzo di Shelley è la dicotomia tra scienza e letteratura, la contrapposizione tra Victor uomo di scienza ma privo di anima e la Creatura, una bestia intelligente e dotata di intelletto che forma la propria anima grazie alla letteratura. Guillermo del Toro sembra spingere ancora di più questa lotta, esasperando sì la disumanità di un Victor dedito solo al pensiero scientifico e completamente incapace di empatia umana, ma mostrando anche l’erudizione della creatura in una scena totalmente ripresa dal romanzo. Lo studio della letteratura dell’epoca della creatura (con una citazione anche all’Ozymandias di Percy Shelley), viene vista in contrapposizione alla visione scientifica di Victor come la visione di Guillermo del Toro. Il regista da sempre ha espresso la sua contrarietà all’utilizzo smodato della tecnologia per la creazione dei suoi film, usufruendo il più possibile di set, effetti e creature realizzate a mano. Oggi, con l’avvento delle AI e il loro incedere sempre più predominante e soffocante in ambito artistico, Del Toro si è pronunciato contro di esse a favore dell’arte totalmente umana.
Per questo pare che la sua Creatura, creata dall’uomo e dedita allo studio e alla propria crescita e formazione, erudita e compassionevole sia una manifestazione del suo pensiero contro la fredda e disumana tecnologia, incarnata dalla brama di prevaricazione scientifica fine a se stessa di Victor. Nel loro rapporto tuttavia c’è molto di più della semplice differenza tra uomo e mostro, humanities e tecnologia.
Questo Frankenstein racconta il rapporto tra padri e figli, di abusi generazionali e della rottura di una ruota. Adam è un figlio che, come ognuno di noi, non ha chiesto di essere messo al mondo ma si ritrova a fare i conti con l’esterno e con se stesso per mano di un padre che lo ha creato e lo odia. Adam come ogni figlio di genitori abusanti non riesce a spiegarsi il perché non sia amato, cosa lo renda così inamabile e abominevole agli occhi della persona che gli ha dato la vita e lo vediamo in una delle scene finali nel confronto tra Victor e la creatura quando quest’ultima dice ‘‘Per te io sono osceno ma per me io sono e basta’’. C’è la presa di consapevolezza del sé di chi è stato maltrattato e si è incolpato, credendo di meritarsi quel male, la realizzazione di poter esistere senza doversi giustificare e senza chiedere scusa a nessuno per essere quello che si è, la capacità di riuscire a perdonare il male che ci è stato fatto da chi non aveva altri mezzi se non quelli che aveva imparato a sua volta.



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