La Porta Rossa ep.01: Anatomia della Paura e Le Strategie dello Spavento
- Anna Maria Ristori

- Jan 21, 2022
- 10 min read

''L'orrore è una reazione, non è un genere'', John Carpenter
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Ahhh che emozione! Finalmente posso darti ufficialmente il benvenuto nel podcast de La Porta Rossa.
L'idea per creare la Porta Rossa mi è venuta così, come vengono tutte le idee, un po' per caso e un po' per bisogno.
Bisogno di avere un podcast che parlasse di cinema horror in termini meno tecnici e più, diciamo, antropologici. Un podcast che parlasse della filosofia dietro la paura, e di come i media l'hanno sempre messa in pratica.
E dato che non avevo trovato nessuno che ne parlasse, almeno in Italia, ho pensato 'beh non esiste ancora perché devo farlo io!'
Eccoci qui, io e te, chissà cosa stai facendo mentre mi stai ascoltando, ma in ogni caso sappi che non devi temere jumpscares, questo non è un podcast horror, ma un podcast che parla di horror.
Episodio per episodio attraverseremo questa fantomatica porta rossa e finiremo in una stanza dedicata ad un tipo diverso di horror, che sia un sottogenere, una corrente, una nazionalità, un'estetica.
Prendi questo episodio come un ingresso attraverso la porta, un'introduzione al concetto di paura che poi sviscereremo andando avanti in ogni suo aspetto.
Se sei fan del genere riconoscerai ogni citazione ai film che farò, se non lo sei, beh sono qui proprio per questo!
A sostenere le mie argomentazioni verranno in mio soccorso dei brani di critica cinematografica o di filosofia che ti leggerò, o spezzoni fondamentali tratti da film che inserirò qua e là quando ce ne sarà bisogno. Così, a fine episodio, potrai avere delle conoscenze più ampie per quanto riguarda sia l'horror theory che qualche nuovo titolo da aggiungere alla tua watchlist. Ma iniziamo! Prima di parlare della paura nel cinema, dobbiamo parlare del concetto di paura. Anche se a volte ce ne dimentichiamo, anche noi esseri umani siamo animali e come ogni animale abbiamo installato in noi un istinto che ci preserva e ci fa sopravvivere. In situazioni che riconosciamo, da prede, di pericolo per la nostra incolumità il nostro cervello reagisce mandandoci dei segnali di allarme tramite i sintomi psicosomatici della paura o dell'ansia, come l'accellerazione del battito cardiaco, sovreccitazione, fino a nausea, irrigidimento muscolare ecc. E quali sono queste situazioni che universalmente ci fanno andare in allarme? Sono le cosiddette paure ancestrali, paure legate alla storia dell'uomo dai tempi di quando ancora vivevamo nelle caverne e che si sono trasmesse, come eredità delle nostre origini animalesche. Reagiamo al buio, la più classica paura che si ha sin da bambini, per l'assenza di familiarità con l'ambiente che ci circonda. Nel buio non c'è niente che noi riconosciamo e che quindi ci può mettere in una condizione di sicurezza, no, nel buio non possiamo sapere se siamo soli o meno, se il pericolo è più o meno vicino a noi e quanto sia grande. Da qui nascono le fobie come la thalassofobia, la paura del mare non in quanto paura dell'acqua per il rischio di affogare ma per la nostra impossibilità di sapere cosa c'è al di sotto di noi, nell'oscurità. E di questa paura dello sconosciuto, il signor H. P Lovecraft ha fatto il suo cavallo di battaglia: si parla proprio di horror lovecraftiano tutto quel genere legato all'ignoto, all'incomprensibile. Ne parleremo a lungo. La paura più scontata che abbiamo è ovviamente la paura di morire ed essa si declina in molteplici forme: la paura della malattia ad esempio ci porta a provare disgusto verso ciò che ai nostri occhi non è sano, prova schiacciante gli zombie. Ci fanno paura sì perché cacciano gli uomini e quindi nasce la dinamica predatore-preda, ma principalmente ci repelle il loro aspetto perché ci ricorda le conseguenze della morte, della malattia e della decomposizione. Insomma ci ricorda il nostro non essere eterni e la nostra fragilità. La paura degli insetti invece è più subdola perché va a toccare aspetti ancora più legati alle nostre origini: quei piccoli esserini ci spaventano e disgustano perché li associamo alla loro capacità di infrattarsi ovunque. Tipo dentro di noi. Come ogni animale abbiamo paura dell'invasione dei nostri nidi e dei nostri corpi, e qui si arriva a toccare tutto l'horror delle possessioni, o delle home invasion o dei parassiti alieni che ci usano come incubatrici o come ospiti per sopravvivere. Queste sono alcune delle nostre paure più classiche, quelle che hanno permesso alla letteratura e al cinema di solleticarci i nervi ma ci sono tante scuole di pensiero che analizzano le paure umane, ora ti racconto la mia teoria preferita eheh. Ti ho detto no che per natura noi riconosciamo il pericolo che ci viene dalla nostra condizione di prede, per questo nessuno di noi si metterebbe a fare piroette in mezzo a un branco di lupi e leoni; istintivamente abbiamo paura delle creature coi denti aguzzi capaci di divorarci e con tutte le altre caratteristiche morfologiche dei predatori. Ecco, c'è pero una fetta di appassionati e di cospiratori che ipotizzano l'esistenza nel nostro mondo, probabilmente estinte adesso, di creature mostruose che ci hanno portato a creare degli archetipi di quelli che poi saranno i mostri, demoni e vampiri rappresentati nell'arte e nel cinema. Hai presente quelle illustrazioni terrificanti di quei mostroni incredibili coi denti affilatissimi, le facce bianche e magari gli occhi neri, ecco, scientificamente sappiamo che ci fanno paura perché il loro aspetto viene ideato per triggerare in noi il concetto di brutto disarmonico, pericoloso o perturbante (tutti termini che ora ti accenno e che svilupperò nelle prossime puntate), ma per la teoria della cospirazione queste bestiacce, che siano stati boh rettiliani o altro sono esistite e il nostro cervello lo ricorda, e per questo ci fanno paura i mostri degli horror. Ora, io non credo mai alle teorie cospirazionistiche ma , te lo dico, a me, l'idea che il genere umano sia venuto a contatto con civilità terrificanti magari aliene o terrestre che siano mi ha sempre fatto impazzire. Non ci credo, ma mi piace pensarci e fantasticare. E diciamocelo, questa idea ha sempre fatto bene agli artisti che ci donano storie horror dalla lore meravigliosa e illustrazioni da non dormirci la notte. E a proposito di non dormirci la notte, ritorno un attimo alle reazioni fisiche che la paura ci provoca. Lo sapevi che il termine horror deriva dal latino? Ebbene sì, i latini utilizzavano il verbo horreo, horres, horrui, horrere per indicare il tremore fisico, la pelle d'oca, che può essere sia per il freddo che per la paura. Horrere letteralmente vuol dire proprio ''drizzare i peli, intirizzirsi'', un po' come fanno i gatti quando si sentono minacciati, come facciamo noi quando proviamo terrore. Hai visto te i latini, lingua morta un corno, noi continuiamo a dire horror a distanza di secoli per parlare di tutto ciò che ci provoca la reazione fisica di pelle d'oca e irrigidimento muscolare. Ora ci stiamo avvicinando sempre di più al concetto di horror nel senso cinematografico, e per arrivarci devo invocare il sommo, l'ineluttabile, l'insuperabile, l'eterno Aristotele. Aristotele nella sua opera 'La Poetica', ci ha insegnato come si scrivono e a cosa servono le tragedie, e guarda che le tragedie greche mica sono diverse dai nostri horror. Vediamo un po'. Aristotele ci dice che una tragedia raggiunge il suo obiettivo e il suo effetto quando comprende due concetti fondamentali: la pietà e il terrore. La pietà verso i personaggi vittime della sventura e il terrore che noi proviamo, consapevoli che qualcosa di tremendo e irreversibile sta per accadare. Questo terrore lo proviamo dall'inizio della vicenda, un film horror lo riconosciamo subito pure se non ne conosciamo il titolo o il poster. Lo riconosciamo ovviamente per la fotografia e gli accorgimenti tecnici come le luci e la musica tipiche, atte a creare in noi quella sensazione di pelle d'oca che accennavo prima, ma soprattutto sappiamo che stiamo vedendo un horror quando ad inizio vediamo qualcosa che sappiamo cambierà totalmente la vita dei nostri protagonisti, qualcosa che ci fa dire 'oi oi oi' Facciamo un esempio pratico: The VVitch (2015, Robert Eggers), per i primi minuti noi seguiamo la nostra allegra famiglia di puritani nella vallata e fin qui tutto bene, pregano, coltivano la terra, insomma fanno le loro cose. Poi baby Samuel sparisce mentre Thomasin gioca con lui a bubù-settete. E te lì, quando Thomasin apre gli occhi e dopo il bubù, non vede più Samuel che era lì sulle sue ginocchia ed è circondata da una foresta infinita ed infinitamente enorme e scura che dici 'oi oi' E' in quel momento che scatta il terrore in noi, perché il terrore e la pietà sono tutte prerogative degli spettatori. Noi temiamo per i personaggi perché noi siamo a conoscenza che sta per accadere loro qualcosa, prima ancora che loro lo siano. E' in quel momento, quando Samuel sparisce, quando Regan dell'Esoricista disegna il Signor Sorriso la prima volta che noi diciamo 'Eccoci' e sappiamo che niente sarà più lo stesso. Per Aristotele questo terrore e questa pietà dovrebbero portarci, alla fine della tragedia o nel nostro caso del film al meraviglioso concetto di Catarsi. La Catarsi è quella sensazione di arricchimento, di purificazione della nostra anima che ci dovrebbe rendere persone superiori, con un bagaglio intellettuale ed emotivo più maturo, dopo la lezione che la tragedia, o il film, ci ha impartito. Per Aristotele erano il terrore e la pietà, per noi ci sono tanti nuovi topoi, grazie ovviamente al progresso tecnologico, che costituiscono un film horror. Secondo il giornalista e critico Matt Glasby, sono esattamente 7 le caratteristiche universali che creano un horror, dalle origini ad oggi sono sempre state le stesse. Nel suo 'The Book of Horror' ne fa la lista, con abbinati degli esempi ovviamente presi dal mondo del cinema. Io te la ripropongo qua la lista, traducendoti il pezzo di Glasby e facendoti esempi diversi dai suoi, così se ti venisse voglia di leggerlo, puoi avere anche altri titoli su cui mettere in pratica l'horror theory. Lui le chiama Scare Tactics, io le tradurrò per te in Strategie per lo Spavento Vediamole un po':
Lo Spazio Morto: questo è un aspetto più tecnico, legato alla ripresa stessa della scena. Con Spazio Morto si vuole intendere le due tipologie di ambiente in cui i personaggi si trovano: lo spazio negativo e lo spazio positivo. Lo spazio negativo è quella situazione in cui c'è troppo, appunto, spazio intorno a un personaggio. Quando non sappiamo dove guardare perché il pericolo può venire fuori da qualsiasi parte. Nello spazio negativo noi possiamo anche vedere qualcosa che i personaggi non possono vedere perché appunto l'ambiente intorno a loro è vasto. Un esempio di questo tipo lo possiamo trovare nel film His House (2020, Remi Weekes): la minaccia in questo caso viene da dentro le mura della casa in cui i due protagonisti vivono e più volte abbiamo inquadrature in cui il personaggio è quasi marginale, seduto al lato quasi fuori dallo schermo mentre noi vediamo l'intera parete fatisciente e attraverso le travi noi, al contrario, del protagonista Rial possiamo scorgere tutti gli occhi dei fantasmi che vivono in quelle mura osservarlo. Una scena veramente di forte effetto. Lo spazio positivo invece, all'opposto del negativo, è quando il nostro personaggio è fin troppo vicino alla camera e quello che c'è intorno ci resta sconosciuto, rendendo l'effetto dell'arrivo della minaccia ancora più inaspettato. In questo caso c'è un solo ed unico esempio da fare, l'esempio universale che raramente altri film sono riusciti a superare per quanto riguarda lo spazio positivo. ti dico solo un titolo: Insidious (2011, James Wan) La scena del demone rosso che appare alla spalle di quel bell'uomo di Patrick Wilson mentre è in primo piano è un gioiello. Passiamo adesso alla seconda strategia:
Il Subliminale Come dice il nome, il subliminale, è tutto quello che noi non notiamo, ma che nello schermo è presente. Può essere un effetto sonoro o un immagine, che i nostri occhi o le nostre orecchie magari non registrano subito, ma il nostro cervello le registra eccome. In questo caso non posso non nominare tutta la squadra di fantasmi disseminata in The Haunting of Hill House (2018, Mike Flanagan) che noi non vediamo subito perché magari sono fuori fuoco, confusi con l'arredamento, con le statue che adornano la casa o con un attaccapanni magari, ma sono lì e se spostiamo un attimo lo sguardo dal centro dell'inquadratura li vediamo e sobbalziamo. Poi abbiamo:
L'Inaspettato Praticamente inaspettato è sinonimo di jumpscare, quel momento in cui la scena sembra tranquilla e poi bam, la testa di Charlie in Hereditary viene portata via dal palo della luce mentre si affaccia dal finestrino. Per questo esempio sia io che Matt Glasby abbiamo avuto la stessa idea e non c'è di più efficaci negli ultimi anni. Un esempio più blando o famigliare per il pubblico è il momento in cui in ogni casa infestata iniziano a muoversi i cassetti, alzarsi le coperte e così via.
Il Grottesco è un aspetto che affronteremo più in avanti nei futuri episodi ma te lo riassumo velocemente in questo caso come tutto ciò che si ri fa al body horror, al sangue, al porulento, al malato. Tutte quelle cosine deliziose che a inizio episodio ti ho detto essere per noi triggers universali per la nostra paura della morte e della sofferenza. Esempio unico: La Mosca, del maestro del body horror David Cronenberg
Il Timore Questo aspetto non è altro che il terrore aristotelico portato su pellicola, la sensazione che noi abbiamo che qualcosa di tremendo stia per accadere. Lo possiamo sapere dal titolo stesso del film (quando leggiamo un titolo che dice L'esorcismo di.. o La Possessione di..., sappiamo già cosa stiamo per vedere, i nostri orizzonti di attesa saranno ben rispettati quando vedremo il personaggio venir posseduto dal demonio di turno), può venire da un incipit che ci mostra un flashback ad esempio come la scena di apertura di Sinister (2012, Scott Derrickson), un avvertimento che i protagonisti avviamente non seguiranno (''non toccate mai la bambola Annabelle'', e puntualmente la toccano), una regola temporale come il ritorno di IT ogni 27 anni e così via La prossima strategia di spavento è la più speciale e la più complessa da analizzare, per questo le riserverò un intero episodio. Sto parlando del
Perturbante, l'uncanny, quella sensazione che abbiamo quando quello che vediamo non ci torna del tutto, come se quel qualcosa avesse qualcosa che non va ma non sappiamo dire cosa. E comunque quel je ne sais quoi ci mette a disagio. Qualcosa che è nell'esatto limite tra il reale e il falso. L'esempio più classico solitamente viene fatto per gli androidi, troppo simili agli umani ma non del tutto. Non ti preoccupare se non hai afferrato il concetto al meglio, avremo tutto il tempo per esplorarlo. Infine abbiamo
L'Inarrestabile Questa sensazione la proviamo quando pensiamo che il terrore non finirà mai, che non ci sarà una salvezza e che resteremo sempre in pericolo. Temiamo l'assenza della conclusione, della mancanza di risoluzione. Questo avviene quando solitamente alla fine del film il cattivo di turno che credevamo morto riappare. Per me un esempio calzante è il finale de La Cosa (1982, John Carpenter), in cui veniamo allontanati grazie all'ultima inquadratura dalla storia e restiamo senza sapere intanto le origini della Cosa stessa e soprattutto senza sapere chi dei due sopravvissuti è l'infetto e che fine faranno. Restiamo così noi, come loro, nel dubbio e nella paura poiché la vicenda non è stata risolta. La nostra di vicenda invece si conclude qui. Ho aperto l'episodio con Carpenter e lo chiudo con Carpenter, va là la professionalità. Spero che questa prima puntata, questo ingresso a La Porta Rossa ti sia piaciuto e ti sia stato di compagnia e chissà, magari d'ora in poi guardando un film horror ti soffermerai a cercare ogni strategia utilizzata. Io vado un po' a sciogliermi dalla fifa da debutto e ti aspetto per il prossimo episodio, lui un po' più profondo, io un po' più sciolta, promesso! Ciao! Fonti: Aristotele-Poetica Matt Glasby- The Anatomy of Fear in Film

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